La trappola della liquidità ai tempi del Covid-19

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Cicli e ricicli: la storia si ripete

L’ingente massa di denaro, presente sotto forma di risparmi sui conti correnti degli Italiani e aumentata durante la crisi del Covid-19, ha fatto tornare di moda la nozione di trappola della liquidità. Questo concetto è tutt’altro che nuovo, essendo stato coniato e introdotto nel 1936 da John Maynard Keynes, a seguito della Grande Depressione degli anni ’30.

Nella teoria del celebre economista inglese, la trappola della liquidità esprime una situazione economica in cui, nonostante l’azzeramento dei tassi da parte delle Banche Centrali, la politica monetaria espansiva non produce più sull’economia gli effetti desiderati e non riesce a influenzare la domanda, al punto che i soggetti economici preferiscono trattenere ogni forma di liquidità aggiuntiva.

Di norma, una congiuntura con tassi di interesse bassi dovrebbe rendere più agevoli gli investimenti per le imprese e meno profittevole il risparmio per le famiglie; pertanto, in condizioni monetarie simili, si dovrebbe assistere ad un aumento degli investimenti e dei consumi a livello aggregato, e di conseguenza ad un’espansione della domanda, sia delle imprese che delle famiglie.

Tuttavia, può verificarsi una situazione nella quale la politica monetaria non riesce ad esercitare in alcun modo quel tipo di impulso sulla domanda aggregata, né aumentando l’offerta di moneta con operazioni di mercato aperto, tipo Quantitative Easing, né agendo direttamente sui tassi di interesse: tale condizione è proprio ciò che Keynes definisce trappola della liquidità.

Nell’America del ’29 il tasso di interesse nominale raggiunse la parità e la trappola – costo del denaro a zero, ma senza alcun effetto sulla ripresa economica – scattò in modo inesorabile. Sebbene in situazioni sociali differenti, lo stesso scenario si manifestò a distanza di sessant’anni nel Giappone della Grande Deflazione. Negli ultimi anni, in Europa, si è parlato di giapposenizzazione, proprio a voler sottolineare le similitudini delle politiche monetarie adottate dalla BCE.

Chi vede ‘grigio’ preferisce l’accumulazione e l’immobilismo

Quando ci si trova intrappolati in questa condizione, generalmente gli individui (privati e aziende) manifestano aspettative negative sul futuro e, piuttosto che investire o spendere, sono propensi a trasformare qualsiasi liquidità monetaria aggiuntiva in risparmio e a tesaurizzarla. Questo aspetto va adeguatamente compreso, per poter spiegare comportamenti che, troppo sommariamente, vengono definiti irrazionali; in realtà, chi opera queste scelte è totalmente convinto della logica e della bontà delle stesse.

L’emergenza pandemica causata dal Covid-19 e le sue conseguenze hanno amplificato un sentiment generale di per sé già conclamato, che dal 2013 – seppur tra alti e bassi – ha visto un convinto incremento del cosiddetto risparmio precauzionale, cioè di quella forma di risparmio transattivo, diventato un vero e proprio scudo piscologico a difesa di un non meglio determinato “non si sa mai“.

Da una parte, una visione del futuro diventata per molti confusa e preoccupante, dall’altra, l’impossibilità anche fisica di spendere a causa del lockdown: una combinazione che ha alimentato, e continua ad alimentare, la percezione che l’opzione di accumulare senza investire sia quella di gran lunga da preferire, anche in ragione della sensazione di maggior sicurezza che ne deriva. E a poco servono gli input degli addetti ai lavori, a suggerire ai clienti altre strade e a snocciolare le conseguenze dei rischi subdoli e impercettibili, come quello dell’inflazione.

Quando le persone (e le aziende) perdono fiducia, coltivando aspettative negative sull’intera economia, i loro comportamenti vanno a ruota, alimentando un circolo vizioso e manifestando la preferenza a detenere moneta piuttosto che titoli; e non sarà certo un tasso di interesse a zero a far cambiare loro idea. Qualora si consolidasse anche la reticenza ai consumi, si potrebbe prefigurare una potenziale recessione, che sarebbe foriera di un incremento della disoccupazione e di un decremento dei redditi: effetti collaterali non percepiti dalla massa.

Effetti globali e teorie alternative

L’enorme quantità di denaro riversata dalle Banche Centrali sui mercati è servita per stabilizzare prima e dare vigore poi a questi ultimi, ma non per far ripartire l’economia. Ad essere consapevole degli effetti della trappola della liquidità è anche Gita Gopinath , capo economista del FMI (Fondo Monetario Internazionale), che suggerisce l’adozione di politiche fiscali di impatto, soprattutto in settori come salute o protezione dell’ambiente, capaci di fare la differenza laddove la politica monetaria non può più nulla. Almeno nell’immediato.

In un’intervista al Financial Times rilasciata alla fine del 2020, la Gopinath sottolineava che “per la prima volta, nel 60% delle economie globali – incluso il 97% di quelle avanzate – le banche centrali hanno spinto i tassi di interesse sotto l’1%. In un quinto del mondo quei tassi sono negativi”. Secondo l’economista, “l’importanza dello stimolo fiscale non è probabilmente mai stata maggiore perché il moltiplicatore della spesa è molto più grande in una prolungata trappola di liquidità”.

Va detto, però, che nella visione dell’autorevole economista indiana la ricetta di una politica fiscale di intervento pubblico, anch’essa di stampo keynesiano, dovrebbe essere adottata con opportuni approcci: i Paesi che si sono ritrovati nella crisi del Covid-19 con debiti molto elevati e prospettive di crescita deboli (come l’Italia, per intenderci) “devono dare priorità e chiedere supporto finanziario. Quelli il cui debito è insostenibile dovrebbero ristrutturarlo prima possibile. Tutti dovrebbero assicurare che rimanga sostenibile attraverso riforme strutturali, misure che aumentino i ricavi e tagli alla spesa inutile.

Nei principali Paesi dell’Unione Europea, i depositi bancari e postali delle famiglie e delle imprese hanno toccato la soglia del 126% del pil e la curva dei rendimenti – piuttosto piatta – è prossima allo zero. Come detto, famiglie e imprese hanno accumulato una gran parte della liquidità che i governi e le Banche Centrali hanno iniettato nel sistema economico per contrastare le conseguenze della difficile parentesi pandemica, con la speranza di dare impulso ai consumi post-lockdown. Resta il fatto che tale liquidità, al momento, non ha trovato un’allocazione meno pigra dei depositi a vista e un utilizzo più redditizio.

Oltre all’espansione fiscale, ci sono altri punti di vista e teorie, datate o contemporanee, concepite allo scopo di evitare la caduta nella trappola della liquidità. Dall’idea di favorire una politica monetaria attiva, capace di generare aspettative di inflazione, a quella di favorire l’Unione dei mercati di capitali, favorendo i risparmiatori – attraverso incentivi – a investire in partecipazioni azionarie delle imprese europee, in particolare nelle PMI.

La consulenza per allontanare i clienti dalla trappola

Nessuna delle ricette proposte è priva di possibili controindicazioni e la loro realizzazione sarebbe tutt’altro che semplice. Molti addetti ai lavori – come Fabio Panetta, membro del comitato esecutivo della BCE – sostengono che bisogna garantire la “fiducia che il sostegno combinato delle politiche (monetaria e di bilancio) non sia ritirato prematuramente” e invocano “il mantenimento della flessibilità non convenzionale che si è rivelata così utile durante la pandemia.”

Concetti e approcci che hanno certamente una logica di carattere macroeconomico, ma che il cliente comune percepisce come astratti e distanti da sé e dalla propria quotidianità. Tuttavia, è proprio il cliente ad essere una potenziale vittima di questa famigerata trappola e a pagare nel tempo le conseguenze di un’allocazione improduttiva dei propri risparmi. Non stupisce che l’81% degli investitori italiani, interpellati da un recente sondaggio di Natixis, affermi di voler anteporre la sicurezza alla performance negli investimenti. Il fatto che quella sicurezza abbia un “costo”, e che possa essere molto salato, è un problema che in pochi si pongono.  

La consulenza può essere lo strumento per favorire una migliore trasmissione del sapere, utile ad alimentare l’indispensabile consapevolezza che è alla base di scelte efficaci e correttamente orientate. Il ruolo del consulente, già da tempo investito anche da una funzione sociale, diventa ancora più centrale in un incessante processo di sensibilizzazione del cliente, che ha bisogno di aumentare il proprio livello di alfabetizzazione finanziaria e che ‘necessita di capire’, per accettare di cambiare il suo status quo.

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