Investimenti in ricerca e sviluppo: l’Italia si conferma fanalino di coda

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I dati sulla concentrazione degli investimenti in Ricerca & Sviluppo parlano chiaro.

L’ultimo rapporto Kearney (importante multinazionale di ricerca strategica) fornisce dati interessanti sulla concentrazione degli investimenti su ricerca & sviluppo, confrontando tra loro 21 Paesi del Mondo.

Si parla in particolare di investimenti su alta tecnologia e sul comparto high tech. Una bassa incidenza di tali investimenti in rapporto al PIL conduce, quasi inevitabilmente, ad essere poco competitivi nel confronto internazionale, con ricadute negative sul tessuto industriale, sociale ed economico, cedendo il passo a paesi più competitivi e maggiormente in grado di attirare risorse umane di alto livello e investimenti/ricchezza.

Investire sul futuro

Investire sul futuro, oggi come ieri, significa anche incentivare l’educazione e la formazione.

Confrontando l’Europa con gli USA, con la Cina e col Giappone emerge che a primeggiare in termini di spesa per Ricerca & Sviluppo in rapporto al PIL sono gli USA e il Giappone (con circa il 3%), a seguire la Cina (2,5%) e ultima l’Europa (2%).
Un caso particolarmente virtuoso è rappresentato dalla Corea del Sud (4,5%).

Il dato aggregato dell’Europa rischia però di essere fuorviante.

Analizzando infatti i dati per singolo Paese, la Svizzera (fuori dall’UE) e la Svezia sono sopra al 3,3%, la Germania, l’Austria, e la Danimarca sopra al 3%, la Finlandia e il Belgio sopra al 2,7%…

Chi è quindi il fanalino di coda? Chiaramente l’Italia (1,4%) in compagnia di Spagna, Grecia, Polonia ed Irlanda.

L’Italia corre da tempo il rischio di vedersi ridurre la sua capacità di export (una delle poche cose che ancora vanno bene), dovendo conseguentemente dipendere sempre di più da Paesi e imprese estere (non solo per le alte tecnologie, ma anche in altri settori ad esse collegati, come quello dell’automotive).

Se volessimo confrontare il numero complessivo di nuovi brevetti registrati nel corso degli ultimi anni, emerge chiaramente che la Cina non è più solamente un’enorme macchina produttiva che si limita ad applicare tecnologie prese da Paesi esteri, ma si sta affermando autonomamente come centro di innovazione e sperimentazione di alte tecnologie. Il numero di brevetti registrati in Cina è passato da 75.000 nel 2014 a 275.000 nel 2019

Se si guarda il numero complessivo di brevetti registrati negli ultimi 6 anni, la Cina è in testa con 1.416.000 brevetti registrati, seguita dagli Usa, con 1.182.000, dal Giappone con 1.045.000, l’Europa con 855.000 brevetti, di cui però quasi la metà sono da attribuire alla Germania, il 13% alla Gran Bretagna, l’11% alla Francia e un misero 7% all’Italia.

Scarsa competitività

Fatti salvi l’azienda italofrancese STMicroelectronics, operativa nel settore dei semiconduttori, e la Prysmian, operativa nei cavi in fibra ottica, in tutti gli altri comparti, come servizi It, connettività telefonica, elettronica di consumo, elettrodomestici (lavatrici-frigoriferi) l’Italia ha perso e continua a perdere inesorabilmente quote di mercato.

Termino questa analisi con la percentuale di esportazioni di servizi commerciali ad alta intensità di conoscenza sul totale dell’export: a fronte di una crescita di Francia e Germania, l’Italia (insieme alla Spagna) diminuisce.

L’Italia è assente nel multicomparto cruciale delle comunicazioni e nello stoccaggio delle informazioni e dei pc e tablet server. Sul cloud, in particolare a fronte del noto strapotere delle top 5 (Amazon, Microsoft, Salesforces, Oracle e Alibaba), non vi è traccia di aziende italiane. Come pure nel settore delle batterie (in quelle solari e al nichel cadmio) dei display dei sensori e della robotica.

(Articolo pubblicato anche su www.ebaf.ch)

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