Indigestione da debito e cattivi pensieri

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Politiche monetarie: nulla dura per sempre

Con quello appena iniziato, l’economia globale è entrata nel suo quattordicesimo anno di politiche monetarie espansive. Le stesse che sono riuscite a creare il fenomeno inflattivo con cui oggi, però, nessuno vorrebbe confrontarsi e a cui da più parti si guarda con malcelata e crescente preoccupazione.

Al contempo, il ciclo economico ha iniziato a rallentare e le due locomotive economico-planetarie si trovano alle prese con problematiche di diversa entità. Da una parte, la Cina è alle prese con una politica di deleveraging e con una politica monetaria che rimarrà accomodante; dall’altra la FED non potrà continuare a tenere le maglie larghe e gli Stati Uniti si ritroveranno a fare i conti con un debito che assume proporzioni mastodontiche e che, secondo alcuni, potrebbe diventare uno strumento di ricatto proprio da parte del colosso asiatico.

Sebbene i tassi obbligazionari raschino da tempo lo zero, l’economia americana non riesce più a crescere in modo uniforme e la situazione di molte aziende oltreoceano appare eufemisticamente preoccupante. Più della metà, infatti, non riesce a generare profitti e circa il 40% non riesce neanche a coprire il costo del debito con i propri margini operativi. Tutto questo è stato celato dalla cortina fumogena dei mercati azionari che, secondo molti analisti, sono entrati in una bolla, invisibile solo a chi non vuol vedere.

Un ospite indesiderato

L’inflazione ha sempre di più le sembianze di un ospite che in molti attendevano ma che, una volta arrivato, tutti vorrebbero veder togliere il disturbo. Le Banche Centrali, in modo tendenzioso, hanno sostenuto per mesi che si trattasse di un fenomeno transitorio, ma ora non possono più nascondersi dietro a un dito e devono fare i conti con una dinamica inflattiva inattesa nelle sue proporzioni.

Va pure sottolineato che l’inflazione attuale affonda le sue radici nell’aumento dei costi, piuttosto che in un puro fenomeno monetario. In quest’ultimo caso, infatti, basterebbe un aumento dei tassi per frenarne l’abbarbicamento; di contro, poi, bisognerebbe fare i conti con un debito che continua a galoppare in modo irreversibile e che comincia a inquietare anche i più temerari.

Tra i principali fattori che hanno contribuito all’aumento dei costi ce ne sono alcuni che assumono minacciosamente un aspetto tutt’altro che transitorio: la ri-localizzazione (onshoring) della produzione e la transizione ecologica. Si tratta di fenomeni strutturali che continueranno a produrre una pressione significativa sui costi e, soprattutto, quest’ultimo farà ricredere quei quattro gatti che pensavano che la transizione energetica ed ecologica sarebbe stato un pasto gratis.

Occhi alle previsioni: servono solo a chi le fa

Come di consueto, in questi giorni, e per alcune settimane a venire, saremo inondati da profluvi incontrollati di previsioni. Gli esperti ci diranno cosa faranno i mercati nel 2022, quali saranno gli asset che correranno di più e quelli che avranno la peggio. Insomma, sembra già tutto scritto e gli investitori dovrebbero solo adeguarsi. Ovviamente, col solito rischio di vedere nel prossimo dicembre che molte di quelle previsioni saranno state smentite dai fatti.

La granulosa realtà con cui stiamo convivendo non permette di fare congetture attendibili circa l’andamento dei mercati, soprattutto perché molti Paesi saranno incapaci di impedire che l’inflazione rosicchi i redditi (spesso già abbondantemente tartassati) dei propri contribuenti e l’economia mondiale dovrà fare i conti col serio pericolo di ritrovarsi a breve in un potenziale cul de sac, mentre si rinnovano le insidie della temuta trappola della liquidità.

Tutto questo non significa necessariamente dover navigare a vista, ma consiglia di progettare i propri investimenti secondo un corretto orizzonte temporale. Generalmente questo dovrebbe essere essere ben più lungo di quanto possa essere oggi il proprio sguardo, inevitabilmente condizionato da un proscenio a tinte fosche, in cui l’emergenza pandemica ha avuto (e ha ancora) certamente il suo peso, ma dove si staglia l’incapacità politica di trovare il bandolo della matassa e di garantire ai cittadini una prospettiva più rassicurante.

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