Arbitro Consob, ricorsi e risarcimenti: “chi non ha colpe, scagli la prima pietra!”

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Il questionario di profilatura MiFID è una presa in giro.

Si tratta di un obbligo vissuto male dai clienti e dagli addetti ai lavori. I primi non ne capiscono fino in fondo l’utilità e lo considerano un inutile interrogatorio; i secondi, bene che vada, lo vivono come un farraginoso balzello burocratico privo di reali vantaggi.

In sintesi, negli ultimi anni, questo è il pensiero ricorrente che è emerso su questo tema proprio tra i consulenti e i gestori di clientela, dentro e fuori il perimetro delle banche tradizionali.

È un’esagerazione? Ne dubito, e vi spiego il perché. Ma andiamo per gradi.

Alcuni giorni fa l’ACF (Arbitro per le Controversie Finanziarie) ha pubblicato la sua consueta relazione annuale, relativa all’attività del 2019, e i numeri presentati sono piuttosto impressionanti: il collegio ha accolto il 55% dei 1678 casi di ricorso e ha sancito risarcimenti per poco meno di 16 milioni di euro.

Relazione annuale 2019 dell'ACF riguardante i ricorsi ricevuti nel 2019 suddivisi per mese
Fonte – ACF (Relazione annuale 2019) – Ricorsi ricevuti nel 2019 suddivisi per mese

Testualmente, nella premessa si afferma: “Ove depurato delle componenti legate ai casi di c.d. “risparmio tradito” dell’ultimo quinquennio, il flusso dei ricorsi in entrata risulta in crescita di circa il 40% nel 2019 rispetto al precedente biennio.”
Nell’ultimo triennio sono stati interessati 163 intermediari su 1.125 aderenti all’ACF (oltre il 14%) e, solo nell’ultimo anno, ben 93, “con una netta prevalenza di intermediari bancari”.

Pesa il crac delle banche

Bisogna tener presente che l’anno scorso le vicende relative alla Banca Popolare di Bari hanno pesato non poco e non è un caso che la regione con più domande di ricorso sia stata proprio la Puglia (376 domande, di cui 236 solo a Bari).

Fin qua, numeri significativi ma – nel complesso – nessuna sorpresa, considerando quello che è avvenuto nell’ultimo triennio, con banche andate in panne e risparmi dei clienti sbriciolati.
Non è irrilevante anche il fatto che, pur potendo presentare autonomamente il ricorso all’ACF, quasi il 70% dei ricorrenti abbia invece preferito muoversi con l’ausilio di una figura legale.

Relazione annuale 2019 dell'ACF riguardante i ricorsi con ricorrente assistito da procuratore
Fonte – ACF (Relazione annuale 2019) – Ricorsi con ricorrente assistito da un procuratore

Le motivazioni possono essere molteplici, ma ritengo che da parte dei risparmiatori ci sia una sorta di timore, o comunque di riluttanza, ad affrontare questi aspetti ‘in solitario’, quasi si sentissero inadeguati davanti a querelle di natura finanziaria. Quindi, meglio avere il supporto di un avvocato.

Tuttavia, l’aspetto per molti versi più inquietante è quello relativo alla prima voce che per numero di ricorsi è il principale oggetto di controversia: la consulenza in materia di investimenti.

Relazione annuale 2019 dell'ACF riguardante la classificazione dei ricorsi per oggetto della controversia
Fonte – ACF (Relazione annuale 2019) – Classificazione dei ricorsi per oggetto della controversia

Profilatura e Consulenza

Il presidente dell’ACF Giampaolo Barbuzzi non si dice sorpreso da questo dato, “ove si consideri la funzione, che (la consulenza) tipicamente mira ad assolvere, di indirizzo delle scelte di investimento della clientela.” (…) “In esso più che in ogni altro servizio d’investimento, assume carattere di centralità lo scambio informativo tra le parti, che deve precedere ed orientare le scelte dell’investitore.”

Appunto! E qual è il momento topico in cui questo scambio informativo dovrebbe essere trasparente, approfondito, esaustivo, veritiero e propedeutico a qualunque successiva ricetta di investimento? Il momento della profilatura, cioè, quello in cui il consulente (bancario e non, brandizzato e non, dipendente e non) si siede davanti al cliente e gli spiega l’importanza cruciale di quel momento e di quello ‘strumento’.

E qui iniziano i mal di pancia. Sia per i clienti che per gli addetti ai lavori.
Ma per quali addetti ai lavori? Un po’ per tutti, ma in particolare per i bancari degli istituti tradizionali, che lamentano tempi troppo stretti per affrontare la delicata fase della profilatura, sia per i nuovi clienti che per l’aggiornamento dei già clienti.

Cosa non va nei questionari

Ora, premesso che per ovvie ragioni è impossibile stabilire a priori le adeguate tempistiche per la compilazione di un questionario MiFID, ritengo che ci sia un problema di fondo un po’ più ampio.
Anzi, più di uno, e in particolare:

  • la profilatura è un momento fondamentale per una corretta impostazione del rapporto col cliente; quindi, perché gli viene attribuita una scarsa rilevanza temporale?
  • I questionari sono strutturati ipotizzando una conoscenza finanziaria di base dei clienti superiore a quella reale; perché non imporre regole più restrittive di semplificazione?
  • I questionari sono strutturati in modo lessicalmente discutibile, ricorrendo a parole e formule verbali che richiamano percettivamente nei clienti scenari di costante pericolo; perché gli uffici legali o di compliance non sono si sono dotati di esperti della comunicazione?

A questo va aggiunto che, all’atto pratico:

  • le risposte dei clienti in fase di profilatura sono tendenzialmente “difensive” senza che, spesso, ci sia reale attinenza tra queste e il proprio orizzonte temporale o profilo di rischio;
  • per poter soddisfare le pressanti esigenze di budget imposte dall’alto, i bancari sono spesso costretti ad “alterare” tali scelte, inducendo i clienti a optare per risposte non spontanee.

E mi fermo qui, non prima di aver riportato una domanda che ogni professionista del settore si è fatto almeno una volta negli ultimi anni:
“Perché non avere un unico questionario, uguale per tutti gli intermediari?”

Per la Consob, “disegnare un questionario” è un compito che rientra tra quelli propri dell’intermediario. Ma c’è una ragione per la quale un Organo super partes non potesse, invece, strutturare direttamente una soluzione uniforme per tutti?
Confesso che, se per questo quesito esiste una risposta normativamente logica e razionale, io non la conosco e sarei grato eventualmente di apprenderla da chi ne sa più di me.

Responsabilità e soluzioni

Dilettarsi nell’attribuzione delle responsabilità è un esercizio in cui ognuno può individuare il proprio bersaglio, ma bisogna prendere atto del fallimento di questa impostazione, che – lo ricordo per i più smemorati – nasce dall’esigenza di maggiore protezione degli investitori, dotandosi di approcci basati su correttezza, trasparenza e chiarezza.
Un parto lungo, difficile e – ad oggi – riuscito male! E non certo per colpa dei bancari di turno o, più in generale, dei consulenti.  

Il legislatore, gli organi di vigilanza, le banche e gli intermediari finanziari facciano delle riflessioni congiunte e abbiano il coraggio di prendere decisioni utili al sistema nella sua globalità, all’interno del quale, (dettaglio non banale) il cliente ha un ruolo centrale. Finora, invece, è emerso un atteggiamento miope e funzionale solo ai propri scopi (la rendicontazione ex-post dei costi ne è un esempio), in cui ha prevalso la volontà di limitarsi a fare il mero compitino e neanche tanto bene.

Soprattutto, abbiano il coraggio di tutelare i propri consulenti e gestori, per mezzo di una formazione adeguata (cosa che, fortunatamente, in diverse realtà già avviene), attraverso strumenti opportuni e fornendo input chiari e tracciabili. Se ad un professionista viene chiesto di “essere un consulente e di fare consulenza”, bisogna poi metterlo nelle condizioni di poter essere e di poter fare. Per davvero e fino in fondo.

Troppo spesso i consulenti vengono chiamati in ballo per responsabilità che non hanno e per una carenza di correttezza e trasparenza che, semmai, alberga altrove.
La loro vera e unica ‘colpa’ resta quella di doverci mettere, sempre e comunque, la faccia!

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